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Marechiaro, l’oasi felice dei profughi africani. Scampati alla guerra, sognano di restare a Napoli

Non appena si varca il cancello del civico 42 di via Marechiaro ad accoglierti è il busto del fondatore della Congregazione dei Padri Dehoniani Leone Dehon, che qui pose la prima pietra nella seconda metà dell’800. Alle sue spalle lo scalone principale conduce all’interno della palazzina in stile liberty colorata dalle varietà di fiori coltivate in giardino. Dall’esterno la prima impressione è quella di essere davanti ad un grande albergo d’altri tempi. Una di quelle strutture antiche dove sono passati i grandi del passato.

E difatti qualcuno dal nome altisonante c’è passato da queste parti. Si chiamava Charles De Gaulle ed era il 1935. Oggi ci albergano 20 profughi (oltre a tre minori) scappati da paesi in guerra. Il Centro di accoglienza per migranti di Marechiaro è un’eccellenza nel panorama delle strutture che ospitano gli immigrati fuggiti dalle loro terre d’origine e sbarcati all’ombra del Vesuvio dopo non poche vicissitudini. Ma in quella che è la Casa dei Padri Dehoniani di Posillipo c’è qualcosa di ben diverso. Lo si percepisce dal clima di familiarità che si respira quando si viene da fuori. Al calore dei raggi del sole che riscaldano gli ospiti fuori alle terrazze si aggiunge il forte senso di ospitalità di chi ci abita e di chi ci lavora ormai da un anno. Sono i volontari dell’associazione Ltm che hanno vinto un bando della prefettura a ottobre 2014 ed hanno accolto – in sinergia con i religiosi – gli stranieri venuti da ogni parte dell’Africa. Nell’immobile di circa 1.000 metri quadri, più il piano terra e il giardino, vivono oggi 20 migranti. Hanno storie, sogni e progetti che sperano di realizzare a Napoli. A cominciare da Imafidin Goodluck, 20 anni, di nazionalità nigeriana e con la passione del calcio: «Nel mio paese giocavo nella squadra locale nel ruolo di centrocampista. La mia famiglia è molto numerosa. Ho fratelli e sorelle. E una figlia che ho dovuto lasciare lì».

Con la passione per la moda Goodluck, come si fa chiamare da tutti al Centro, amici e volontari, sogna di sfilare sulle passerelle dei grandi stilisti italiani. La sua vanità si legge nei grandi occhi vispi e dal fatto che si è «costruito» graficamente con le sue mani un calendario con la sua immagine a figura intera. Ma tra i progetti del giovane nigeriano c’è anche l’istruzione: «Voglio conseguire il diploma – dice – che non sono riuscito a prendere nel mio paese perché lì c’è la guerra e sono dovuto scappare». Ma di Napoli cosa gli piace? «Il mare – risponde senza esitazioni – ecco perché vorrei rimanere in questa città».

Dalla Nigeria arriva anche Ohombamu Collins, 33 anni e uno sguardo che colpisce perché spento e sfiduciato: «Dove vivevo prima non ci sono diritti – dice mentre si siede per farsi intervistare – . La mia famiglia? Ho avuto parecchi problemi», taglia corto come a voler rimuovere dalla mente ciò che i suoi occhi hanno visto in Africa e sul barcone sul quale è arrivato in Italia. Nemmeno sulla cifra che ha dovuto pagare per salire su uno dei barconi dove trasportano i clandestini si esprime, se non con un secco «Non ricordo».

Il più giovane del gruppo è Ibrahim Toure, 18enne del Mali, che parla un italiano perfetto a differenza dei suoi amici e fa da interprete per loro. «Lo parlo bene – spiega – perché ho studiato a Nola. Sono a Napoli da 13 mesi e a Marechiaro da aprile scorso. Cosa ricordo della mia trasferta in mare? Ero su un barcone insieme a tanti miei connazionali con cui siamo fuggiti dalla guerra. Una guerra politica perché le diverse fazioni vorrebbero dividere il paese. Ora il mio sogno è diventare un mago dei computer». Ibrahim e i suoi compagni hanno difficoltà a raccontare le loro storie tristi. Ognuno di loro ne ha una alle spalle, che vuole dimenticare e della quale fa fatica a parlare. Come Souleyman Biaye, 22 anni, del Senegal: «Vivo al Centro Marechiaro da 10 mesi. Sono solo qui. La mia famiglia è rimasta a casa. Lì facevo il muratore».

Ma come si vive in Senegal? «La vita è difficile», glissa mentre la mente va alle torture subite e al piede che gli scafisti gli hanno tagliato nel corso della traversata dalle coste africane a Lampedusa.

Autore: Giuliana Covella

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